Gianfranco Micciché si sta producendo in questi giorni in una serie di dichiarazioni contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, reo, come ripetiamo da mesi, dello svuotamento del Fas e di una grave impostazione “leghista” e antimeridionalista. Sarebbe una battaglia nobile, non fosse condotta solo ed esclusivamente a colpi di proclami da un esponente dello stesso governo responsabile del più grave trasferimento di fondi dal Sud al Nord che l’Italia ricordi.
Micciché, che vanta la delega al Cipe, dovrebbe far seguire alle parole comportamenti conseguenti e rassegnare le dimissioni. Altrimenti si assuma fino in fondo le proprie responsabilità e renda conto del disastro perpetrato dalla squadra di governo di cui fa parte. A cominciare dal pasticcio uscito dalla seduta di giovedì scorso del Comitato interministeriale che, se possibile, ha reso ancora più torbide le acque intorno alle sorti del Fondo per le aree sottoutilizzate.
Entrando un minimo nel merito delle cifre prodotte dal Cipe, ci si accorge infatti che dei 7,3 miliardi sbloccati solo 4 riguarderanno il Sud. In altri termini, poco più del 50 per cento, a fronte dell’85 previsto dalla legge. Non solo. Nel monte complessivo delle risorse sbloccate, due miliardi e mezzo di euro risultano “già vincolati”. Come? Da chi? Non è dato saperlo. Il governo blatera, farfuglia, ma non fornisce alcun documento. Alza invece una cortina fumogena, delegando ai Micciché di turno il compito di blandire l’opinione pubblica meridionale a suon di promesse, rigorosamente declinate al futuro. Così, mentre il sottosegretario rassicura i suoi conterranei, a Montecitorio va in porto una Finanziaria che sottrae al Sud di altri 3 miliardi di euro per il 2009.
Il “signor Cipe”, tanto che c’è, potrebbe spiegarci anche il senso dello stanziamento di 1,3 miliardi di euro per il Ponte sullo stretto, a quanto pare promesso personalmente dal ministro delle infrastrutture Altero Matteoli al sindaco di Messina. Micciché sarà certamente al corrente del fatto che la crisi nel 2009 è destinata a colpire soprattutto la Sicilia e il meridione. Per difendere il tessuto sociale e produttivo del Mezzogiorno, per creare posti di lavoro e arginare il pericolo di un tracollo dell’occupazione, abbiamo bisogno di dare il via a opere immediatamente cantierabili, non a infrastrutture di cui non è stato completato neppure il progetto esecutivo.
Se al Sud tornassero almeno una parte delle risorse saccheggiate per coprire gli sperperi di questo governo, si potrebbero trovare le risorse necessarie per finanziare seri piani di sviluppo, a cominciare dal ripristino dell’automatismo sul credito d’imposta. Purtroppo invece, con il dirottamento di risorse dal Fondo sociale europeo per gli ammortizzatori sociali, già si prepara il prossimo scippo ai danni delle aree deboli del paese.
È ora che gli esponenti meridionali di governo e di maggioranza la finiscano di fare il doppio gioco, comportandosi da paladini in Sicilia in e da agnelli a Roma. Serve coerenza e serietà: in ballo c’è il futuro del Mezzogiorno e di tutta l’Italia. Ci piacerebbe sapere su quali basi Micciché si sente di dare garanzie ai siciliani. E soprattutto da chi intenda difenderli, se non dal sodalizio antimeridionalista e antisociale di cui, almeno finora, “mister Cipe” è parte integrante.
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La crisi dei mercati finanziari mondiali e le conseguenti ripercussioni sulle economie reali dei Paesi impongono una riflessione sulle riforme necessarie a rendere più stabile, equo e responsabile il sistema capitalistico italiano e internazionale. Ci vogliono nuove regole. Le criticità del sistema attuale sono oggi sotto gli occhi di tutti e sono riconducibili principalmente a un fattore: la cattiva distribuzione di ricchezza all’interno delle società. Negli ultimi venti anni abbiamo assistito su scala mondiale e nazionale ad una costante e spaventosa divergenza tra redditi bassi e redditi alti. Proprio su questo nodo, che è anche un nodo politico, il Partito democratico è chiamato ad avviare al suo interno un dibattito profondo e proficuo. La sfida che dobbiamo e vogliamo accogliere è come determinare in Italia, in Europa e nel mondo una migliore e più equa distribuzione delle risorse. La questione ultima è ambiziosa: esiste una possibilità per l’Europa di diventare riferimento mondiale quanto a politiche di redistribuzione? È pensabile uno spostamento del baricentro globale sul vecchio continente sul piano economico-sociale? Da parte mia sono convinto di sì.
Credo che al Partito democratico sia data oggi la grande occasione di diventare protagonista di questo dibattito in Europa. Una discussione che tra l’altro permette al partito di cementare al proprio interno identità eterogenee. C’è ancora molto lavoro da fare per individuare il rapporto ideale tra Stato, mercato e società civile. Tuttavia alcuni punti sono già saldi. Il Partito democratico fa propri i principi di un sistema economico-finanziario etico, responsabile e trasparente. Crede nella necessità di dotare gli organismi di controllo di maggiori e più penetranti poteri decisionali. L’obiettivo deve essere quello di una nuova e aggiornata Bretton Woods, che si confronti attivamente con rappresentanze internazionali dei lavoratori e dei risparmiatori. L’istituzione di questo nuovo soggetto impone una sfida alta, quella di istituire le giuste regole che rilancino le questioni dell’etica e della responsabilità sociale dell’impresa.
L’Italia, da anni drammaticamente a corto di risorse, con il governo Berlusconi è entrata in questa crisi nel peggiore dei modi. Basta entrare un minimo nel merito dei provvedimenti finora adottati per capire quanto le misure dell’esecutivo abbiano peggiorato le condizioni di vita delle fasce sociali e degli imprenditori più deboli. È il caso dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, provvedimento già adottato dal governo di Romano Prodi ed applicato nella scorsa legislatura sul 40 per cento delle abitazioni dei cittadini di ceto medio-basso. L’estensione decisa da Berlusconi per le case di lusso ha avuto come effetto quello di spostare tre miliardi di euro dalle aree deboli del Sud a quelle più forti del centro-nord.
Il ministro che fregia i suoi atti con il nome di Robin Hood ha sottratto ai poveri per dare ai ricchi anche con lo smantellamento dell’automatismo sul credito d’imposta per gli imprenditori meridionali. Il governo, che promette di non aumentare le tasse, che giura di voler rilanciare la domanda e i consumi, per decreto ha sterilizzato l’unico sistema disponibile che garantiva una fiscalità di vantaggio a chi intendesse investire nel Mezzogiorno. Nel pieno della crisi, dunque, Berlusconi e Tremonti hanno varato manovre che non diminuiscono ma accrescono le disuguaglianze in Italia.
A breve termine la priorità termine rimane quella della tutela dei salari più bassi e delle fasce più vulnerabili dell’imprenditoria, specialmente nelle aree più deboli (e a più alto potenziale di crescita) del Paese. È un tema, questo, che si integra perfettamente a quello della coesione nazionale, perché promuovere una più equa distribuzione del lavoro e dello sviluppo vuol dire unificare il Paese. Il primo passo da compiere è eliminare tutti gli strumenti di contribuzione a fondo perduto. La ricetta non può essere questa. Diamo piuttosto a tutto il Paese crediti d’imposta per la ricerca e sul Mezzogiorno concentriamo invece quelli dedicati agli investimenti produttivi. Di passi avanti, nei due anni di governo Prodi, ne sono stati fatti molti. Con l’avvento del governo Berlusconi il processo avviato sembra essersi già bruscamente interrotto i primi provvedimenti varati dal nuovo esecutivo costituiscono un forte arretramento rispetto a quanto era stato fatto in questi anni.
Voglio concludere il mio intervento concentrandomi sui salari bassi e sul tema degli ammortizzatori sociali. Come Partito democratico siamo certi di una cosa: i pochi miliardi che in questa fase sono spendibili dallo Stato vanno indirizzati sui redditi delle fasce sociali più vulnerabili della società. Giusto e urgente detassare i salari e ancorare il tasso dei mutui a quello della Banca centrale europea. Quanto al reddito di inserimento, sono convinto occorra attivarlo in maniera mirata, e che vada integrato a opportuni programmi di formazione che aiutino le persone a trovare un nuovo impiego. Andrei invece più cauto su un provvedimento “omnibus”, generalista. Una tale riforma ricalcherebbe di fatto il fallito esperimento dei Lavori socialmente utili, che troppo spesso si sono trasformati in inutili e costosissimi serbatoi clientelari. Impresa, sviluppo e lavoro produttivo: questa l’unica catena virtuosa che può portare fuori dalle secche l’economia del Mezzogorno e con essa di tutta l’Italia.
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Fuitevenne, diceva Eduardo trent’anni fa, esortando le giovani generazioni meridionali a scappare dalle loro terre per cercare la propria realizzazione altrove. Un anatema nero e disperato, che tuttavia suona ancora oggi drammaticamente attuale. I giovani, specialmente quelli culturalmente più attrezzati, abbandonano in massa il Sud. Questi ragazzi hanno spesso studiato fuori dalla propria regione, negli atenei emiliano-romagnoli, lombardi, laziali. Il bilancio parla da sé: tre studenti fuorisede su quattro alla fine decidono di non tornare a casa. Negli anni accademici ognuno di loro avrà assorbito il 30 per cento delle risorse famigliari. Il flusso di denaro complessivamente spostato ogni anno è stato stimato in 3,5 miliardi di euro. Una somma pagata dal Mezzogiorno a favore delle aree forti del paese.
L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta naturalmente nel fatto che coinvolge laureati, ricercatori, professionisti altamente specializzati. Dopo aver raggiunto l’eccellenza con le risorse della propria famiglia, “la meglio gioventù” meridionale finisce per lavorare e per produrre nelle ricche città del Nord. Come si vede siamo di fronte a una tripla emorragia: sociale, professionale ed economica.
Se ciò accade è perché il Sud non ha ancora sviluppato una rete industriale e imprenditoriale capace di assorbire questa forza lavoro, o di offrire opportunità di carriera competitive rispetto alle realtà settentrionali. È proprio da qui, dai comparti produttivi, che occorre cominciare a sviluppare una riflessione sul lavoro da fare.
La classe imprenditoriale meridionale ha bisogno della spinta necessaria per far ripartire il motore del Sud. In termini pratici questo non può che tradursi nel ripristino di una fiscalità di sviluppo che agevoli gli investimenti da Napoli in giù. Su questo binario il governo Prodi, dopo lunghe negoziazioni con l’Unione europea, aveva istituito l’automatismo sul credito d’imposta, prontamente smantellato nella finanziaria estiva di Tremonti. Ancora: serve un massiccio piano di investimenti che rinnovi le infrastrutture per la viabilità primaria e secondaria delle regioni meridionali. Anche per questo l’esecutivo passato aveva portato a 64 miliardi il Fondo per le aree sottoutilizzate, ridotto di oltre 12 miliardi da questo governo. Terza nodo da sciogliere, quello della domanda e dei consumi. Che si rilanciano aumentando il potere d’acquisto delle fasce più deboli, e non certo abolendo l’Ici sulle case di lusso, come ha fatto la squadra del Cavaliere.
L’idea il meridione debba “farcela da solo”, senza gravare economicamente sul resto del paese è un concetto tecnicamente sbagliato, frutto di un preconcetto purtroppo ormai molto diffuso. Il retropensiero è semplice e vede il Sud come una fucina di corruzione, autentica palla al piede di un Nord virtuoso e produttivo. Ebbene, a parte il fatto che molta della ricchezza materiale e immateriale del settentrione è stata ed è tuttora pagata con risorse del Mezzogiorno, la notizia vera è che senza puntare sul Sud l’Italia non può più crescere. Perché il mercato del Nord, anche quello del lavoro, è ormai prossimo alla saturazione.
Sul tavolo abbiamo oggi uno strumento che si chiama federalismo fiscale. Un oggetto che può offrire soluzioni nuove e positive o, invece, rappresentare l’arma con cui affondare definitivamente il meridione, e con esso tutta l’Italia. La delega in bianco lasciata finora alla Lega lascia temere il peggio. Oggi come mai serve dialogo, cooperazione e concertazione tra maggioranza, opposizione e parti sociali.
Sta al governo decidere se cogliere questa opportunità o andare avanti come uno schiacciasassi. Una cosa è certa: se Berlusconi dovesse decidere ancora una volta di procedere in maniera unilaterale, se non invertirà la rotta sulle misure antimeridionalistiche fin qui varate, si assumerà la responsabilità di un disastro incalcolabile per tutto il Paese.
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Dalla tempesta economico-finanziaria in atto emerge un importante insegnamento: nelle società complesse, in particolare nei momenti di profonda crisi, i problemi si risolvono mettendo insieme le forze. Un concetto che avremmo dovuto interiorizzare già da molto tempo, in particolare dal lontano 1993, quando l’accordo sulla politica dei redditi riuscì a tirare fuori dalle secche l’Italia, aumentando il potere d’acquisto e ponendo le basi del risanamento economico. In un momento di grave congiuntura, l’Italia riusciva a trovare il massimo del consenso intorno alle riforme necessarie.
Mai come adesso occorre tornare a quello spirito. Come allora anche oggi il Paese non può permettersi aspre contrapposizioni. Il muro contro muro rischia di allungare i tempi e di accendere conflitti sociali deleteri. Tornare alla politica della concertazione vuol dire tornare a percorrere la strada della mediazione e della cooperazione responsabile. Solo se il governo si deciderà ad aprire un confronto di merito con le parti sociali, con gli imprenditori e con tutto il Parlamento, saranno date le condizioni ideali per superare lo tsunami che ha investito il Paese.
Il lavoro da svolgere è molto. Servono politiche redistributive, misure immediate a difesa dei salari e delle pensioni. Occorre un’azione forte a sostegno delle piccole e medie imprese, nuove fiscalità di sviluppo per gli imprenditori che operano nelle aree deboli. Urge un importante piano di opere pubbliche che non punisca il Mezzogiorno spostando al Nord le già scarse risorse a disposizione del Sud. Per fare tutto ciò abbiamo bisogno di concordia, di collaborazione tra le parti. In una parola: abbiamo bisogno di concertazione.
Come è noto, la concertazione non ha nulla a che vedere con gli scambi consociativi. Non sostituisce il ruolo di indirizzo politico del governo, piuttosto valorizza le competenze e le responsabilità di ogni attore in gioco. Presuppone uno spirito operoso e costruttivo delle parti, che trovano insieme una proficua sintesi condivisa. Questa è la sfida di oggi. Questa la strada maestra da percorrere.
Il centrodestra, finora ostaggio dei protagonismi di Silvio Berlusconi, non è riuscito a compiere questo fondamentale cambio di marcia. In una democrazia matura e articolata come la nostra, specialmente in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, non è pensabile che il governo vari riforme in maniera unilaterale. È necessario aprire una stagione politica nuova, di piena e responsabile collaborazione, che unisca il Paese e lo porti fuori dalla bufera.
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Non è facile individuare e comprendere la tara politica che spinge il governo ad affondare il Mezzogiorno un provvedimento dopo l’altro. È anche difficile credere che una tale demolizione programmatica possa essere condotta senza reali proteste da parte degli esponenti meridionali della maggioranza. Tuttavia è ciò che sta accadendo. A suggellarlo, il silenzio di fronte all’ultimo scandaloso scippo al Fas perpetrato ai danni del Meridione. I numeri sono associabili a un bollettino di guerra. Secondo lo schema di delibera approvato recentemente dal Cipe, le risorse destinate alle aree sottoutilizzate saranno ridotte di 14 miliardi, 12 dei quali saranno pagati dal Sud. In questo bollettino la Sicilia si prepara a pagare il dazio più alto. Togliere risorse allo sviluppo delle aree deboli per fare cassa è un’operazione abbietta e un vizio che questo esecutivo non riesce a togliersi. La squadra di Berlusconi l’ha già fatto per far fronte a scelte politiche sbagliate come il taglio dell’Ici per i più ricchi. Ora con la stessa tecnica intende far pagare alle aree deboli i più disparati provvedimenti del governo, dalla riforma delle università, all’organizzazione di un evento internazionale come il G8.
Non è solo una questione di tagli. Nelle vari capitoli di spesa non si intravede alcuna riallocazione tesa a concentrare le risorse sui settori in grado di rilanciare lo sviluppo delle regioni meridionali. Dopo aver congelato per quasi un anno la programmazione 2007-2013, la squadra del Cavaliere la riavvia con importi fortemente ridotti. Tutto qui. Nessuna politica redistributiva emerge dai rapporti delle nuove quote. Siamo di fronte all’ennesimo colpo d’accetta verticale, finalizzato esclusivamente a rimpinguare le casse dello Stato Con i soldi del Sud. Qualche tempo fa Raffaele Lombardo, da presidente della Provincia di Catania, chiamava a raccolta i suoi uomini nella Capitale. Nel mirino aveva il governo Prodi, che dopo aver stanziato un miliardo e mezzo per la viabilità secondaria, tardava a suo dire, a rendere disponibile tale somma. Cosa farà Lombardo, intanto diventato governatore, ora che la destra ha ridotto a 500 milioni questo fondo? Salirà di nuovo a Roma più infuriato che mai o, da bravo autonomista, dirà il suo personalissimo “obbedisco” al Cavaliere?
Nessuno si sogna di mettere in dubbio l’importanza di avviare un grande piano di opere pubbliche in un periodo come questo. Ma esigiamo garanzie sul fatto che i soldi del Sud rimangano al Sud. Un concetto che non dovrebbe sfuggire a una coalizione che si dice federalista. È possibile realizzare le grandi infrastrutture del nord con le risorse programmate per lo sviluppo del Sud? È così che il governo cerca di rilanciare lo sviluppo del Mezzogiorno? È così che intende varare le necessarie politiche espansive? Mentre il governo manda a rotoli il Mezzogiorno a furia di spallate, tutto tace dagli scranni dei parlamentari meridionali. In uno strano esercizio di equilibrismo politico, qualche esponente autonomista tenta persino di prendersela con il governo Prodi. Non ci piace sparare sulla croce rossa, tuttavia non abbiamo difficoltà a ricordare che il centrosinistra ha portato a quota 64 miliardi il Fas, ha implementato l’automatismo sul credito d’imposta per gli imprenditori del Sud. In questo governo la questione meridionale è stata invece del tutto cancellata. Altro che piano anti-crisi: se l’esecutivo non si decide a cambiare politica, confermerebbe la sua grave impostazione antimeridionalista. Ma anche, e soprattutto, la sua miope politica di sviluppo nazionale.
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Invece di ricorrere alla solita politica degli annunci, il governo presenti immediatamente in Parlamento un piano concreto per sostenere i salari bassi e le piccole e medie imprese. Siamo nel pieno di una crisi che sta incidendo gravemente sul potere d’acquisto e sull’occupazione degli italiani. Non c’e’ piu’ tempo da perdere, servono misure a sostegno della domanda, non annunci roboanti buoni solo per la propaganda e per rimandare i problemi. Ad oggi l’esecutivo Berlusconi non ha prodotto alcunche’ a sostegno delle fasce piu’ deboli.
Il governo si e’ mosso invece in direzione opposta, abolendo le imposte sulle case di lusso e disincentivando le assunzioni con la detassazione sugli straordinari. Dopo aver gravemente mortificato il dialogo, il governo ha ora il dovere di riavviare un confronto con il Parlamento e con le parti sociali. Alcune misure a difesa dei redditi bassi e dei piccoli imprenditori possono essere incorporate gia’ nel decreto salva-banche da oggi in esamealla Camera dei deputati. Tre gli interventi necessari: un vincolo sul credito alla piccole e medie imprese, mutui agganciati a tasso della Banca europea e un netto rafforzamento nei controlli sull’utilizzo delle risorse da parte degli istituti. Quanto ancora dovremo aspettare?
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Quella approvata a Montecitorio e’ una finanziaria iniqua, dissennata e antimeridionalista, che sposta miliardi di euro dalle aree deboli a quelle forti del paese. Le sorti sociali ed economiche del Sud sembrano ormai in balia di una maggioranza imbelle e di un governo che continua a scippare fondi per lo sviluppo. Mentre gli esponenti meridionali di centrodestra, evidentemente colti da sindrome di Stoccolma, se ne stanno placidi a guardare, la destra taglia 13 miliardi dal Fondo aree sottoutilizzate, lascia alla deriva salariati e pensionati, non aiuta in alcun modo i piccoli e medi imprenditori del Mezzogiorno. E questo nel pieno di uno tsunami economico che nel 2009 chiedera’ al Sud il piu’ alto tributo in termini di recessione. In questo quadro, anche i parlamentari di maggioranza che si spacciano per meridionalisti si sperticano in complimenti mentre il governo lancia bordate tremende al Mezzogiorno. Le anime belle si accontentano di vaghe promesse e di rinvii al futuro. Qualche autonomista, evidentemente in imbarazzo, tenta persino di prendersela con il governo Prodi. Gli ricordiamo che il centrosinistra ha portato a quota 64 miliardi il Fas, ha implementato l’automatismo sul credito d’imposta per gli imprenditori, ha sgravato dell’imposta sulla prima casa le famiglie povere. Il governo Berlusconi ha invece del tutto cancellato dall’agenda la questione meridionale. Questa coalizione a trazione leghista crede forse di far cosa gradita al Nord, ma in questo modo condanna lo sviluppo di tutto il territorio nazionale. Perche’ senza il Sud l’Italia non riparte.
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Ci sono momenti in cui le maschere cadono, in cui le belle apparenze e gli annunci pomposi non possono che lasciare il passo a una realtà ingiusta e intollerabile. Uno di questi momenti si è manifestato ieri a Montecitorio. Il teatro è quello della commissione Bilancio. Sul tavolo un emendamento per ripristinare l’automatismo del credito d’imposta presentato dal Partito democratico e dall’Mpa. Per intenderci, quel meccanismo che garantiva un minore carico fiscale per gli investimenti produttivi degli imprenditori meridionali che Tremonti ha cancellato con un colpo di spugna. Risultato: con ventuno “sì” e ventuno “no” l’emendamento salva-meridione non è passato per un soffio.
Non è questa, però, la notizia peggiore. Il fatto è che tutti, ma proprio tutti i deputati pidiellini meridionali hanno votato contro. Inclusi, naturalmente quelli siciliani. Con un bel “no” allo sviluppo del Mezzogiorno, i parlamentari berlusconiani hanno pagato il loro tributo al Cavaliere. È così che questi signori intendono rappresentare gli interessi del loro territorio e dell’Italia intera? È così che onorano la propria autonomia rispetto alla deriva lombardo-veneta di questo esecutivo? Non c’è bisogno che ricordi ai colleghi e conterranei quanto questo governo abbia tolto al Sud, e in particolare alla Sicilia. Gli stessi parlamentari dell’Mpa recentemente hanno denunciato uno scandaloso dirottamento di fondi dal Mezzogiorno al centro-nord. Come responsabile delle politiche per il Mezzogiorno del Pd, ma soprattutto come siciliano, ho apprezzato quel gesto, anche se appariva quanto mai debole e tardivo. Mi chiedo a questo punto: come fanno gli autonomisti ad essere ancora alleati con Pdl e Lega?
Ecco allora che la maschera cade: per non disturbare il manovratore, gli esponenti Mpa tornano a girarsi dall’altra parte e fingono di non vedere. Tutto questo mentre il governo annuncia di voler spendere altri 16 miliardi di euro per completare l’alta velocità al Nord. Da dove prenderanno i soldi Berlusconi e i suoi collaboratori? Il timore, purtroppo più che fondato, è che li tolgano, come hanno sempre fatto, al tessuto sociale ed economico del meridione. Il sospetto è che intendano scippare ancora una volta il fondo per le aree sottoutilizzate questa volta per portare a termine le grandi opere settentrionali. Mentre per le strade e le ferrovie del Sud non si registrano che tagli. L’antimeridionalismo di questo governo ci indigna, ma purtroppo non ci sorprende. A indignare e stupire, invece, è l’ingiustificabile comportamento dei deputati meridionali della maggioranza.
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Oggi vogliamo festeggiare il verificarsi di un evento assai raro: un timido sussulto di risveglio nella rappresentanza Mpa in Parlamento. I capigruppo di Camera e Senato, Carmelo Lo Monte e Giovanni Pistorio, hanno inviato una lettera a Silvio Berlusconi per chiedere un vertice di maggioranza sui problemi legati all’utilizzo improprio dei fondi Fas. Nella loro missiva gli autonomisti “prendono atto” che le risorse destinate per legge a investimenti produttivi delle aree deboli - l’85 per cento delle quali sono nei territori del Mezzogiorno - vengono massicciamente stornate per coprire spese “assolutamente estranee” a tale scopo. Era ora! Anche se con un ritardo abissale anche i colleghi dell’Mpa si sono accorti dei tagli fatti da Tremonti al meridione.
Il ministro delle Finanze, nel silenzio degli esponenti del partito di Lombardo, prima si e’ preso 3,2 miliardi già stanziati dal governo Prodi per le infrastrutture in Calabria e Sicilia, poi altri 3 destinati alla crescita del Mezzogiorno. Senza rinnovare, tra l’altro, il credito di imposta per le imprese del Sud. Il dato politico è che la subalternità dimostrata da Lombardo all’asse Lega-Tremonti, avrà un costo altissimo per i cittadini siciliani, che sono stati presi in giro da un governo che sotto il doppiopetto nasconde una bella camicia verde. Ci sono voluti mesi, ma alla fine se ne sono accorti anche dalle parti dell’Mpa. Speriamo che il letargo non li inghiotta di nuovo. E che alle loro manifestazioni di “profondo disappunto” seguano comportamenti coerenti.
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La commedia pirandelliana nel centrodestra siciliano si arricchisce di un altro capitolo e di un nuovo straordinario personaggio: Roberto Calderoli, ministro della Repubblica che, a quanto pare, non conosce i propri sottosegretari. La vicenda è nota, ma un rapido resoconto sui fatti non guasta. Durante la festa dell’autonomia dell’Mpa, sabato a Messina Gianfranco Micciché sbotta: “Questo federalismo non va”. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio (!) dice di non fidarsi di una legge fatta “dagli amici della Lombardia” e “da gente come quelli della Lega”. Tuoni e saette dal Palazzo. “Micciché chi? – ha replicato uno stizzito Calderoli –. Non lo conosco. In Sicilia parlo solo con Lombardo”. Il teatrino si chiude per ora con l’ingresso del presidente della giunta: “Ha ragione Gianfranco, il rischio di una virata nordista c’è”, ha sentenziato Lombardo. Non si parlasse di un argomento così serio, ci sarebbe da accomodarsi e godersi lo show. Purtroppo però, mentre lorsignori continuano a battibeccare, chi paga lo spettacolo sono i siciliani.
Ci chiediamo quanto debba andare avanti questo gioco delle parti. Quanto ancora gli esponenti della maggioranza regionale, e in particolare quelli dell’Mpa, intendano interpretare la parte dei lupi a Palermo per poi tornare ubbidienti agnellini a Roma. Dove erano Lombardo e Micciché mentre il governo toglieva fondi per gli investimenti produttivi del Sud? In cosa si dilettavano nei giorni in cui l’esecutivo preparava la polpetta avvelenata dell’Ici? Che facevano mentre veniva tagliato il credito agli imprenditori? Quella in atto da parte degli esponenti della maggioranza siciliana è una strategia misera. Si tenta invano di salvare la facciain casa dicendo “non siamo responsabili di quello che fa Berlusconi”. Ma in concreto non si fa nulla per arginare l’antimeridionalismo del governo nazionale. È un gioco puerile di cui i cittadini si sono accorti e che non può più durare a lungo. È bene che Lombardo, Micciché e tutti gli altri personaggi di questo pietoso balletto se ne rendano conto. Ne va del futuro della Sicilia.
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