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POLITICHE PER IL SUD
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Il Mezzogiorno sta vivendo ormai da troppi anni una preoccupante fase recessiva: se non si interviene subito con appropriate azioni di politica economica,  rischia di non riuscire a cogliere i primi segnali di ripresa che si intravedono a livello mondiale e nazionale.

Il 2005 è stato un anno negativo per l’economia meridionale, come certifica autorevolmente la Svimez: il Pil per la prima volta dagli anni ’92 – ’93 non solo non è cresciuto, ma anzi ha avuto un andamento addirittura negativo, diminuendo dello 0,3%.

Sono ormai quattro anni, durante il Governo di centro destra, che si è bruscamente interrotta la corsa del Sud per ridurre il divario col Centro Nord, dopo che tra il  ’96 e il 2001 il Mezzogiorno era cresciuto più della media italiana.

Ecco il motivo per il quale il Governo si sta battendo per introdurre forme di fiscalità compensativa nelle aree meridionali, sulle quali bisogna al più presto aprire un negoziato con la Commissione di Bruxelles. Forti del fatto che finalmente una prima breccia  si è aperta dopo che l’Europarlamento di Strasburgo, col sì che i gruppi Popolare, Socialista e Liberale di tutti i Paesi dell’Unione hanno espresso, ha votato quasi all’unanimità il rapporto annuale sugli aiuti di Stato nell’ambito del quale è esplicitamente prevista una norma che prevede forme di tassazione ridotta in alcune aree svantaggiate d’Europa, tra cui il nostro Mezzogiorno.

Nell’immediato, in attesa che Bruxelles dia l’ok, ho proposto di rifinanziare i crediti d’imposta, sia quello su nuovi investimenti che quello per la nuova occupazione al Sud, già positivamente sperimentati dai precedenti Governi di centro sinistra, introducendo opportuni criteri selettivi per evitare ogni forma di distorsione e di abuso.

Un’altra misura importante per il Sud è l’introduzione sperimentale di alcune zone franche urbane, sul modello francese.

Qualche primo positivo passo in avanti lo abbiamo già fatto raddoppiando da 2 a 4 miliardi la dotazione annua di spesa a favore delle infrastrutture meridionali, come ha chiesto al Governo il Coordinamento delle Regioni del Sud. Anche perché è ormai evidente che mentre al Nord le grandi opere si possono realizzare in “project financing” andando sul mercato, in quanto si ripagano con le tariffe – valga per tutti l’esempio del Passante di Mestre – al Sud, invece, non si può fare a meno delle risorse pubbliche.

Infine ho proposto di rilanciare due strumenti importanti della politica meridionalistica che nel corso degli ultimi anni hanno alternato luci e ombre, al fine di favorire lo sviluppo locale.

Il primo è la Programmazione Negoziata, perché i progetti di crescita economica e sociale che nascono dal basso e sono condivisi a livello territoriale rappresentano una leva importante di coinvolgimento delle popolazioni. Il secondo è Sviluppo Italia, la cui missione deve essere ridefinita per riportarla al ruolo di Agenzia molto snella finalizzata allo sviluppo delle aree deboli del Paese, in particolare nel Sud. Affidandole due compiti fondamentali: il coordinamento e la gestione dei progetti di sviluppo locale e  l’attrazione degli investimenti esterni all’area meridionale, non solo stranieri, ma anche nazionali.